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2008 :10 anni fa i giovani socialisti spagnoli in Umbria per la campagna elettorale del PD

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Città slow in Umbria: nel club esclusivo entra anche la piccola Parrano.

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da http://www.umbria24.it/

Da Amelia a Trevi passando per ‘la capitale’ Orvieto, diventano dieci i borghi della regione con la lumaca arancione

di C.F.

Si è allargata da pochi giorni, la famiglia delle Città slow dell’Umbria che ha accolto Parrano nel club esclusivo della lumaca arancione di cui sono membri altri dieci borghi della regione, tra questi Parrano è anche il più piccolo.

GUARDA ANCHE LA MAPPA DEI BORGHI PIU’ BELLI DELL’UMBRIA

Si allarga la famiglia delle Città slow dell’Umbria La certificazione ‘del vivere bene’ per il paesino dell’Orvietano è arrivato nei giorni scorsi a Pals in Spagna per la soddisfazione del sindaco Valentino Filippetti che, con una certa determinazione, ha lavorato per accedere al circuito internazionale delle Città slow, di cui fanno parte 235 centri distribuiti in trenta paesi, tutti caratterizzati da un’elevata qualità vita in cui l’uomo è ancora protagonista, tra agricoltura, cultura e artigianato. Il movimento delle Città slow quest’anno, peraltro, diventa anche maggiorenne.

Ecco le dieci che hanno il riconoscimento L’associazione è infatti nata nel 1999 in Umbria, precisamente a Orvieto, grazie all’intuizione di alcuni sindaci, tra cui quello allora alla guida della città della Rupe, Stefano Cimicchi, determinati a declinare la cultura di Slow food nel governo locale e quindi nella vita delle comunità amministrate. In questo senso Orvieto è considerata la capitale delle Città slow, ma con lei nel corposo elenco mai internazionale ci sono altri borghi umbri. Oltre l’ultima arrivata Parrano, del club esclusivo fanno parte Amelia, Città della Pieve, Monte Castello di Vibio, Montefalco, Preci, Todi, Torgiano e Trevi.

 

Alfredo Reichlin e la politica come educazione sentimentale – di Stefano Fassina

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MERCOLEDÌ 22 MARZO 2017

 

Stanotte ci ha lasciato Alfredo Reichlin. Partigiano, giovanissimo, a Roma, comunista italiano, uomo di punta della covata del “partito nuovo” di Palmiro Togliatti, giornalista di popolo, dirigente autorevole sempre, statista della Repubblica democratica fondata sul lavoro senza aver mai occupato posizioni istituzionali apicali, maestro morale e intellettuale per tante generazioni.
Le chiacchierate con lui sono state per tanti di noi, in anni e anni di incontri e cene, straordinari momenti di “politica come educazione sentimentale”, prima che formazione culturale e politica. Con lui abbiamo discusso i passaggi politici più complicati e dolorosi, fino agli ultimi strappi. Il suo punto di vista era necessario perché il suo sguardo era lungo e orientato all’interesse nazionale, declinato a partire dalle condizioni degli ultimi. Classe e nazione, come da migliore lezione di Gramsci.
In un’epoca di politica come competizione di vuoti ego ipertrofici, in lui come in altri grandi politici della sua generazione, continuava a vivere “la politica come Storia in atto”. Entrare a casa sua era ogni volta un’emozione per un parvenu come il sottoscritto. Mi hanno sempre intimidito le librerie a intera parete del corridoio e del suo studio, piene di sapere poliedrico e colorato. Era ogni volta, per me, ingresso in un santuario di storia e di politica. Una sede istituzionale. Rimaneva fuori la porta la politica dei comunicati stampa, dei giochini di Palazzo, dei gossip.
Negli ultimi anni era assillato, come scriveva spesso, dall’assenza a sinistra di una lettura aggiornata dell’Italia. Era disgustato dalla miseria della politica. Mi è rimasta stampata in mente una sua efficacissima sintesi delle tristi condizioni della politica oggi: “La finanza comanda, i tecnici eseguono e i politici vanno in televisione”. Qualche giorno fa, l’ultima volta che ho avuto il privilegio di discutere con lui, mi ha chiesto, “che cosa volete fare?”. Il sottinteso “voi” siamo noi, quelli che al di là delle contingenti collocazioni continuava a considerare un pezzo di classe dirigente della sua storia. Noi, quelli che avevano lasciato il Pd da tempo. Noi, quelli che avevano appena lasciato il Pd. È, infine, noi, i pochi rimasti seriamente nel Pd. Siamo alla disgregazione del Pd, non alla scissione, diceva.
L’ultimo passaggio di profondo travaglio per lui è stato il referendum sulla revisione costituzionale del 4 dicembre scorso. Aveva le idee molto chiare, una valutazione strutturata, lungamente meditata e discussa con le personalità più rilevanti della Repubblica e della sinistra. Tuttavia, sentiva acutamente la responsabilità e il significato dello strappo dalla sua comunità di riferimento, il Pd, nonostante tutto. Per lui, educato alla disciplina di partito, è stato doloroso contraddire la linea della segreteria. Ma la gerarchia dei suoi valori di comunista italiano gli intimava di anteporre il Paese alla propria parte. Motivò il suo doloroso “No”, la sua rottura, in un breve, ma efficace articolo affidato, come sempre, a L’Unità, il giornale che aveva diretto per tanti anni, oramai lontano.
Tante volte ho provato con lui a capire le ragioni profonde della vera svolta del PCI: quella sull’euro. Come è stato possibile, gli chiedevo, che voi, il gruppo dirigente che a fine anno ’80 riconosceva pubblicamente e correttamente la moneta unica come “strumento anti operaio”, poi si sottomettesse così passivamente ai principi liberisti dei Trattati europei e dell’euro-zona. Come è stato possibile per voi, gli domandavo, eredi di Gramsci e Togliatti, la resa alla lettura azionista, cattolico-liberale e liberal-socialista del “vincolo esterno”. Attenzione al determinismo economicistico, mi rispondeva. Aveva una sconfinata fiducia nel popolo italiano, ma conosceva bene le tare della incerta storia nazionale e aveva vissuto sulla sua pelle la qualità delle classi dirigenti del nostro Paese, l’indifferenza all’interesse nazionale della nostra incompiuta borghesia.
Sarà tutto più difficile senza Alfredo Reichlin. Ci stringiamo intorno alla famiglia. Un abbraccio a Roberta, a Lucrezia e Pietro e a Luciana. Lo ricorderemo alla Camera nelle forme adeguate. Rimarrà per noi un punto di riferimento culturale e politico imprescindibile.

Non lasciamo la sinistra sotto le macerie – di Alfredo Reichlin · 14 marzo 2017 du L’Unità

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Chi esce dal Pd difenda le sue ragioni, che sono grandi, con uno spirito inclusivo e un intento ricostruttivo

Sono afflitto da mesi da una malattia che mi rende faticoso perfino scrivere queste righe. Mi sento di dover dire che è necessario un vero e proprio cambio di passo per la sinistra e per l’intero campo democratico. Se non lo faremo non saremo credibili nell’indicare una strada nuova al paese.

Non ci sono più rendite di posizione da sfruttare in una politica così screditata la quale si rivela impotente quando deve affrontare non i giochi di potere ma la cruda realtà delle ingiustizie sociali, quando deve garantire diritti, quando deve vigilare sul mercato affinché non prevalga la legge del più forte. Stiamo spazzando via una intera generazione.

Sono quindi arrivato alla conclusione che è arrivato il momento di ripensare gli equilibri fondamentali del paese, la sua architettura dopo l’unità, quando l’Italia non era una nazione. Fare in sostanza ciò che bene o male fece la destra storica e fece l’antifascismo con le grandi riforme come quella agraria o lo statuto dei lavoratori. Dedicammo metà della nostra vita al Mezzogiorno. Non bastarono le cosiddette riforme economiche. È l’Italia nel mondo con tutta la sua civiltà che va ripensata. Noi non facemmo questo al Lingotto. Con un magnifico discorso ci allineammo al liberismo allora imperante senza prevedere la grande crisi catastrofica mondiale cominciata solo qualche mese dopo.

Anch’io avverto il rischio di Weimar. Ma non do la colpa alla legge elettorale, né cerco la soluzione nell’ennesima ingegneria istituzionale: è ora di liberarsi dalle gabbie ideologiche della cosiddetta seconda Repubblica. Crisi sociale e crisi democratica si alimentano a vicenda e sono le fratture profonde nella società italiana a delegittimare le istituzioni rappresentative. Per spezzare questa spirale perversa occorre generare un nuovo equilibrio tra costituzione e popolo, tra etica ed economia, tra capacità diffuse e competitività del sistema.

Non sarà una logica oligarchica a salvare l’Italia. È il popolo che dirà la parola decisiva. Questa è la riforma delle riforme che Renzi non sa fare. La sinistra rischia di restare sotto le macerie. Non possiamo consentirlo. Non si tratta di un interesse di parte ma della tenuta del sistema democratico e della possibilità che questo resti aperto, agibile dalle nuove generazioni. Quando parlai del Pd come di un «Partito della nazione» intendevo proprio questo, ma le mie parole sono state piegate nel loro contrario: il «Partito della nazione» è diventato uno strumento per l’occupazione del potere, un ombrello per trasformismi di ogni genere. Derubato del significato di ciò che dicevo, ho preferito tacere.

Tuttavia oggi mi pare ancora più evidente il nesso tra la ricostruzione di un’idea di comunità e di paese e la costruzione di una soggettività politica in grado di accogliere, di organizzare la partecipazione popolare e insieme di dialogare, di comporre alleanze, di lottare per obiettivi concreti e ideali, rafforzando il patto costituzionale, quello cioè di una Repubblica fondata sul lavoro. Sono convinto che questi sentimenti, questa cultura siano ancora vivi nel popolo del centrosinistra e mi pare che questi sentimenti non sono negati dal percorso nuovo avviato da chi ha invece deciso di uscire dal Pd. Costoro devono difendere le loro ragioni che sono grandi (la giustizia sociale) ma devono farlo con un intento ricostruttivo e in uno spirito inclusivo. Solo a questa condizione i miei vecchi compagni hanno come sempre la mia solidarietà.