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Sinistra anno zero. La disfatta storica delle sinistre il 4 Marzo, prima che elettorale, è culturale. Lo ha spiegato coraggiosamente Gianpasquale Santomassimo qui domenica scorsa: “Assistiamo anche in Italia all’inabissamento della sinistra liberal che era stata a lungo egemone con la sua visione del mondo. La stessa cosiddetta «sinistra radicale» era stata null’altro che l’ala estrema di questa ideologia diffusa, sensibilissima alle tematiche dei diritti civili e delle battaglie «umanitarie», di fatto inerte sul terreno dei diritti sociali. E anche complice della costruzione del mito europeista, che è sullo sfondo il grande sconfitto di questa consultazione. Parte integrante dell’establishment europeista il Pd, molto spesso ascari della «più Europa» i suoi critici di sinistra.”

Il punto centrato da Santomassimo è decisivo, sebbene traumatico. Rompe tabù (temo arriveranno anche a lui le scomuniche: “sovranista”, “rossobruno”. Spero che la sua biografia gli risparmi almeno “nazional-socialista”). Ma, insegna Gramsci, il nesso nazionale-sovranazionale è imprescindibile per capire. Vale, in primo luogo, per tutta la variegata famiglia socialista europea: l’Ue e l’eurozona, zattera ideologica della spiaggiata sinistra storica post ‘89, sono stati e sono fattori di aggravamento degli effetti regressivi della globalizzazione, invece che di mitigazione, come tanti avevano creduto con fede inconsapevole. I principi prevalenti dei Trattati europei sono contraddittori con i principi fondativi della nostra Costituzione. La loro attuazione, tramite mercato interno e moneta unica, colpisce in modo sistematico gli interessi economici e sociali che la sinistra è nata per proteggere e promuovere. Stare dalla parte del lavoro è impossibile nel quadro dato. La parabola di Syriza è soltanto il più bruciante esempio.

Il punto di Santomassimo vale anche per la sinistra radicale e quella antagonista, sebbene per vie diverse: non hanno responsabilità dirette dell’ordine economico e sociale di svalutazione del lavoro, ma il loro cosmopolitismo, come argomentano, tra gli altri, Carlo Formenti e Onofrio Romano per culture sessantottine e “orizzontalismo”, è ideologia sinergica al liberismo per il superamento dello Stato nazionale. Come per il Pd, tramontata l’analisi storico-politica, rimangono soltanto i valori, quindi il miraggio degli Stati Uniti d’Europa o del popolo unico europeo da raccogliere in una lista transnazionale (non a caso ora proposta da De Magistris a Napoli, ma da sempre obiettivo coerente dei Radicali).

Il rigetto della sinistra per come l’abbiamo conosciuta è stato ampio, forse definitivo. Agli occhi e all’istinto del popolo delle periferie, siamo colpevoli (dal Pd a Mdp) o abbiamo priorità autoreferenziali (da Sinistra Italiana e Possibile a Potere al Popolo). Ma la navigazione controvento potrebbe riprendere. Lo scenario è instabile. Non soltanto per i numeri in Parlamento. Ma per una ragione fondamentale: l’ordine economico e sociale dominante, i mercati e i vincoli sovranazionali al servizio degli interessi più forti, non vengono meno. Le promesse, di segno diverso, fatte dai vincitori sono impraticabili. I rapporti di forza, nonostante i voti e l’orientamento ideologico, rimangono enormemente squilibrati a sfavore del lavoro. La rottura, per scelta o accidente finanziario, o la normalizzazione degli “anti-sistema” riaprirebbe i giochi. Ma non c’è alcun determinismo economico. La sinistra potrebbe tornare a reinterpretare la sfida, difficilissima, soltanto a condizione di liberarsi dalla religione dell’europeismo astratto e avviarsi lungo la rotta patriottismo costituzionale. Quindi, in alternativa a nazionalismo e europeismo liberista, europeismo costituzionale, ossia primato della nostra Costituzione sui Trattati europei e costruzione di leve regolative essenziali per lo Stato nazionale, unica dimensione praticata e praticabile per la sovranità popolare. La speranza nella riforma progressiva dei Trattati, denominatore comune alle sinistre, non ha fondamenta storiche, economiche e politiche. Tutte le proposte in campo vanno in direzione opposta.

In un contesto di problemi globali, dal clima alle migrazioni, l’approdo auspicato non è certo l’autarchia, ma la cooperazione europea tra Stati, per l’interesse nazionale definito a partire dal lavoro.

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